La Sartiglia, il rito che trasforma Oristano in leggenda

Sartiglia di Oristano

La giostra millenaria di Oristano: inizia l’attesa per il 15 e 17 febbraio

Cronaca di una corsa dove tradizione, fede e coraggio si incontrano

L’aria è ancora pungente, ma le strade del centro storico sono già dense di voci, di attesa, di emozione. I balconi si riempiono lentamente, le transenne delimitano il percorso, i tamburi provano i primi rulli. È il giorno della Sartiglia, e in città si respira qualcosa che va ben oltre una festa di carnevale: è un rito collettivo, un patto tra passato e presente, tra uomini e cavalli, tra fede e fortuna.

La Oristano vive la Sartiglia come un momento sospeso nel tempo. Non è soltanto uno spettacolo, non è soltanto una corsa equestre. È una liturgia laica che ogni anno si rinnova, identica eppure sempre diversa, capace di parlare ai sardi e ai visitatori con un linguaggio antico fatto di simboli, gesti codificati e silenzi carichi di significato.

Chi arriva per la prima volta resta colpito dalla solennità che accompagna ogni fase della manifestazione. Chi invece la vive da sempre sa che la Sartiglia non si guarda soltanto: si sente. È un battito che attraversa le generazioni, un’eredità che passa di padre in figlio, di cavaliere in cavaliere.

Il termine Sartiglia deriva dal castigliano Sortilla, e ancora prima dal latino Sorticula, “anello”, ma anche da Sors, fortuna. Un’etimologia che racchiude l’essenza stessa della manifestazione: sfidare il destino cercando di infilare una stella con la punta di una spada, al galoppo, affidandosi alla propria abilità e a un pizzico di sorte.

Un’eredità che attraversa i secoli

Le origini della Sartiglia affondano nel Medioevo europeo, quando i giochi militari erano parte integrante dell’addestramento delle milizie. Erano esercitazioni, ma anche dimostrazioni di valore, disciplina e coordinazione tra cavaliere e cavallo. Con il passare del tempo, soprattutto tra il XV e il XVI secolo, queste prove persero progressivamente la loro funzione bellica e assunsero un carattere spettacolare.

Sovrani, viceré e autorità cittadine iniziarono a organizzare tornei e corse equestri in occasione di eventi solenni: nascite reali, incoronazioni, feste religiose, visite di personaggi illustri. Anche Oristano seguì questa tradizione. I documenti più antichi conservati nell’Archivio Storico cittadino parlano di una “Sortilla” organizzata nel 1546 in onore dell’imperatore Carlo V.

Nel tempo, l’organizzazione della corsa passò alle corporazioni di mestiere, i gremi, che ancora oggi custodiscono e tramandano ogni aspetto della manifestazione. Due in particolare: il Gremio dei Contadini e il Gremio dei Falegnami, che si alternano nell’esprimere il protagonista assoluto della giornata, Su Componidori.

Questa continuità storica rende la Sartiglia una delle giostre equestri più antiche d’Europa ancora in vita, un raro esempio di tradizione rimasta fedele alla propria struttura originaria.

La Vestizione: nascita di un’icona

La mattina della corsa, mentre Oristano si sveglia lentamente, in una casa del centro si compie un rito antico. La Vestizione segna l’inizio ufficiale della Sartiglia ed è uno dei momenti più intensi e solenni dell’intera giornata.

Su Componidori, dopo aver salutato i cavalieri nelle scuderie, raggiunge la sede del gremio. Da qui in avanti, smette simbolicamente di essere un uomo comune e si trasforma in una figura sacra, un semidio. Gli abiti non vengono semplicemente indossati: vengono cuciti addosso, uno dopo l’altro, in un silenzio carico di rispetto.

A presiedere il rito è Sa Massaia Manna, la donna più autorevole della cerimonia, colei che dirige ogni gesto e controlla che tutto avvenga secondo tradizione. Accanto a lei le Massaieddas, giovani ragazze in costume sardo, che portano uno alla volta i vari elementi dell’abbigliamento e li fissano sul corpo del cavaliere.

Da quando Su Componidori sale su sa mesitta, il tavolo rituale, non potrà più toccare terra con i piedi fino alla sera. La cucitura della maschera è il momento più carico di tensione emotiva: da quell’istante il volto del cavaliere scompare, sostituito da un’espressione immobile, enigmatica, senza tempo.

La cerimonia si conclude con il posizionamento del cilindro, del velo ricamato e di una camelia sul petto: rossa per il capocorsa della domenica, rosa per quello del martedì. È l’ultimo segno della metamorfosi.

Il corteo: Oristano in silenzio

Quando Su Componidori monta a cavallo direttamente dalla mesitta, la sala trattiene il respiro. Subito dopo, il corteo si muove verso la via della Cattedrale. Tamburi e trombe aprono la strada, seguiti dai cavalieri, dai rappresentanti del gremio e dal capocorsa.

Il passaggio del corteo è uno dei momenti più suggestivi della Sartiglia. Le strade sono gremite, ma cala un silenzio quasi religioso. Si osservano i cavalli, maestosi e concentrati. Si ammirano i costumi, ricchi di dettagli, frutto di secoli di stratificazione culturale. Si cerca lo sguardo, impossibile da intercettare, dietro la maschera di Su Componidori.

È in questo momento che la città sembra fermarsi, come se il tempo avesse deciso di rallentare per lasciare spazio alla memoria.

La Corsa alla Stella: il destino appeso a un nastro

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© Stefano Secchi – www.stefanosecchi.it

Al centro del percorso, sospesa a un nastro verde, brilla la stella d’acciaio. È lei il cuore simbolico della Sartiglia.

Il triplice incrocio di spade tra Su Componidori e i suoi due aiutanti, Su Segundu e Su Terzu, dà il via ufficiale alla corsa. Il capocorsa è il primo a partire. Si lancia al galoppo, la spada tesa, il cavallo in perfetta linea. In pochi secondi tutto si gioca su precisione, sangue freddo e istinto.

Dopo di lui tocca ai due compagni, poi agli altri cavalieri scelti direttamente da Su Componidori. È un privilegio, un’onorificenza che sancisce fiducia e rispetto. Ogni tentativo è accompagnato da un boato, da un’esclamazione, da un sospiro trattenuto. Quando la stella viene centrata, l’applauso esplode, liberatorio.

Sa Remada: l’apoteosi

Quando la corsa alla stella si avvia alla conclusione, Su Componidori riceve lo stocco, una lancia di legno. È l’ultimo, potentissimo simbolo della giornata.

Lo squillo delle trombe annuncia sa Remada. Il capocorsa si distende sul cavallo lanciato al galoppo, il corpo quasi orizzontale, un braccio teso a reggere sa Pippia de Maiu. Con questo gesto benedice la folla, il gremio, la città intera.

È un’immagine che vale più di mille parole.

Le Pariglie: adrenalina pura

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© Stefano Secchi – www.stefanosecchi.it

Il corteo si sposta poi verso via Mazzini, dove prendono il via le pariglie. Tre cavalieri alla volta affrontano il percorso compiendo evoluzioni acrobatiche spettacolari: in piedi sulle selle, sdraiati, intrecciati tra loro.

È il momento più rumoroso, più istintivo, più travolgente della Sartiglia. Qui esplode l’energia, qui il pubblico applaude senza riserve.

La Svestizione: il ritorno alla normalità

Con il calare del buio, i cavalieri rientrano nella sede del gremio. Su Componidori, ancora riverso sul cavallo, entra nella sala e raggiunge la mesitta. La maschera viene tolta. I tamburi segnano il momento esatto in cui il semidio torna uomo. È un istante intimo, carico di emozione.

La Sartiglia si chiude così, ma in realtà non finisce mai davvero. Rimane negli occhi di chi ha assistito, nelle storie raccontate dai più anziani, nei sogni dei bambini che un giorno vorrebbero diventare cavalieri.

È molto più di una manifestazione: è l’anima di Oristano che corre al galoppo, ogni anno, verso il proprio destino.

Ph © Stefano Secchi – mob +39 320 8385574 – stefano.secchi@gmail.com – www.stefanosecchi.it

© Riproduzione riservata.

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