Intervista a Michele Leone Schettino D’Acquarone: “Il polo come passaporto per il mondo”
Sulla neve del campo del Valcastello Polo Club, con le Dolomiti a fare da cornice, Michele Leone Schettino D’Acquarone ha vissuto un’emozione che va oltre il risultato sportivo. Il pareggio 4-4 al Valcastello Snow Polo Showcase contro la Francia è stato solo il finale di una giornata emozionante ed intensa: ciò che resta è il segnale forte di una disciplina che guarda al futuro e sogna un ritorno nel panorama olimpico.
Giovane, determinato, cresciuto in una famiglia dove il polo è una tradizione tramandata di generazione in generazione, Michele rappresenta una nuova leva del polo italiano. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’evento organizzato in sinergia con la FISE, per approfondire non solo la partita, ma anche il suo percorso e le prospettive di questa disciplina affascinante.
Snow Polo Showcase: il polo sulla neve guarda alle Olimpiadi
Il polo non è presente alle Olimpiadi dal 1936, ma il movimento internazionale sta lavorando per riportarlo sotto i riflettori. In questo contesto si inserisce lo Snow Polo Showcase di Valcastello, un evento dimostrativo pensato per evidenziare come il polo su neve possa rappresentare una formula più sostenibile e logisticamente accessibile rispetto al polo tradizionale su erba.
“Vestire la maglia dell’Italia è sempre un onore unico”, racconta Michele. “Giocare in casa, su un campo che conosco bene e al fianco di compagni come Stefano Giansanti e Giordano Magini, ha reso l’esperienza ancora più speciale.” L’atmosfera era eccezionale: neve perfetta, un sole incredibile e un pubblico coinvolto da una disciplina veloce, tecnica e spettacolare.
Lo snow polo, rispetto al polo tradizionale, si gioca su un campo più raccolto e con meno giocatori. Questo comporta minori esigenze logistiche: meno cavalli, meno spostamenti, organizzazione più snella. “In un’epoca in cui sostenibilità e praticità sono temi centrali, questa formula potrebbe rappresentare una chiave importante per il rilancio del polo a livello internazionale” spiega Michele.
Buenos Aires 2018: l’Olimpiade giovanile nella patria del polo
L’orgoglio azzurro per Michele non è una novità. Nel 2018 ha partecipato alle Olimpiadi Giovanili di Buenos Aires, un’esperienza che definisce “unica”. Giocare in Argentina, patria del polo, significa confrontarsi con la massima espressione tecnica e culturale di questo sport.
A Pilar, uno dei centri nevralgici del polo mondiale, e soprattutto nel celebre campo di Palermo, considerato lo stadio più prestigioso al mondo per questa disciplina: “Ho respirato un’atmosfera paragonabile a quella di un “San Siro del polo”. Per un giovane atleta, scendere in campo in quel contesto è un traguardo che lascia il segno” ha detto Michele.
L’esperienza argentina non è stata solo sportiva ma anche formativa: confrontarsi con giocatori di altissimo livello, vivere l’ambiente olimpico e rappresentare l’Italia in una disciplina di tradizione familiare ha rafforzato in lui la consapevolezza di voler costruire un percorso solido nel polo internazionale.
Una famiglia di polo: tra insegnamenti tecnici e passione condivisa
Il polo per Michele non è una scelta casuale. I nonni giocavano, i genitori Chicco Schettino e Chantal D’Acquarone giocano tutt’oggi, come anche la sorella. Crescere in un contesto del genere significa respirare il polo fin dall’infanzia.
Il padre, giocatore esperto, rappresenta per lui una figura di riferimento tecnico, quasi un allenatore. “Conosce a fondo le dinamiche del polo, le strategie e le regole, e non manca di correggermi quando necessario, sempre sostenendomi. Mia madre, invece, proviene dal salto ostacoli quindi mi consiglia maggiormente per ciò che riguarda lo stile, la postura, la tecnica e la precisione in sella. Due approcci complementari che hanno contribuito a formarmi.”
Uno degli aspetti più affascinanti del polo è la possibilità di comporre le squadre in base all’handicap dei giocatori. “Il sistema di handicap, che va da -2 a 10, consente di bilanciare i tornei in modo da creare competizioni equilibrate”, spiega Michele.
Nei tornei, la somma degli handicap dei componenti deve rispettare un limite prestabilito: nel caso di Valcastello, si trattava di un torneo a 6 gol. Questo meccanismo permette anche combinazioni familiari, rendendo possibile giocare insieme a giocatori di diverso livello, un elemento raro in altri sport di squadra.
Polo su erba e polo arena: due anime della stessa disciplina
Nel contesto del polo italiano e internazionale convivono due principali declinazioni: il polo tradizionale su erba e il polo arena, che può essere praticato su sabbia o neve.
“Il campo tradizionale è molto ampio, circa tre volte un campo da calcio, con quattro giocatori per squadra. Il gioco è veloce, basato su lunghe traiettorie e colpi potenti che possono coprire distanze importanti. La pallina è più piccola e il ritmo è molto sostenuto, ma per il pubblico meno esperto può risultare dispersivo”, ci ha detto Michele.
Poi ha continuato: “Il polo arena, invece, si svolge su un campo più piccolo. Le squadre possono essere composte da due o tre giocatori e spesso sono presenti sponde laterali che rendono il gioco più dinamico e tattico. Qui la tecnica prevale sulla velocità, il gioco si basta su fermate improvvise, cambi di direzione rapidi, controllo millimetrico della pallina, diversa da quella del polo su erba: più grande e in cuoio, vola meno rispetto a quella tradizionale.”
Michele confessa di preferire l’arena polo. Abituato al campo del Valcastello, valorizza l’agilità dei suoi cavalli e la possibilità di “divertirsi con il cavallo più che con la pallina”, replicando in allenamento le situazioni di partita per rendere il binomio sempre più affiatato.
Il ruolo centrale dei cavalli nel polo
Il polo è uno sport equestre a tutti gli effetti, e il cavallo è protagonista tanto quanto il giocatore. A differenza di altre discipline, una partita prevede più cambi: ogni chukker, ossia ogni tempo di gioco, si cambia cavallo. In genere un giocatore utilizza tra i quattro e gli otto cavalli per partita.
La gestione logistica è complessa. Nei tornei lontani da casa, è frequente affittare cavalli sul posto. Questo richiede grande capacità di adattamento: ogni cavallo ha caratteristiche diverse, e il giocatore deve sapersi adeguare rapidamente. Michele racconta di provare sempre i cavalli il giorno prima della partita, per evitare sorprese e creare un minimo di sintonia prima della gara.
Questa flessibilità, unita alla preparazione tecnica, distingue un buon giocatore di polo: non basta colpire bene la pallina, occorre saper leggere il cavallo e anticiparne le reazioni.
Studio e sport: disciplina dentro e fuori dal campo
Oltre all’attività agonistica, Michele sta concludendo un master a Milano. La sua quotidianità è fatta di lezioni universitarie, allenamenti e spostamenti tra club. Fortunatamente può contare su strutture relativamente vicine alla città, una condizione non sempre scontata nel polo.
Riesce ad allenarsi tre volte a settimana e a disputare partite nel fine settimana, organizzando con precisione il proprio tempo. Ammette di essere una persona ansiosa, sia nello studio sia nello sport, ma ha imparato a gestire la tensione con due elementi semplici e concreti: un buon sonno e una buona colazione. “Ci scherzo sempre su con mio padre” dice sorridendo, “più mi sento preparato, più riesco a mantenere la calma, soprattutto quando mi trovo a giocare contro avversari di livello superiore.”
Il polo come passaporto per il mondo
“Il polo è un passaporto per il mondo”, diceva Winston Churchill. Michele ne è la dimostrazione.
Oltre all’Argentina, ha giocato in Inghilterra e a Punta Cana, nella Repubblica Dominicana, dove ha anche lavorato e studiato.
L’ambiente del polo è internazionale e accogliente. Ovunque esista un club, è possibile trovare un campo, dei cavalli e una squadra con cui giocare. Che sia su erba, sabbia o neve, la lingua comune è quella del gioco.
Tra sogni olimpici, tornei estivi a Valcastello e nuove esperienze all’estero, Michele Leone Schettino D’Acquarone incarna una generazione che guarda lontano senza dimenticare le proprie radici.
Per lui il polo non è solo una disciplina sportiva: è tradizione familiare, crescita personale e apertura verso il mondo.
Forse, anche grazie a giovani come lui, questo sport potrà tornare a scrivere una nuova pagina della sua storia internazionale.
AC
HSJ X FISE
Ph Horseshowjumping.tv | Sophia Ronga
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