Preparazione fisica equestre: cosa accade alla qualità del controllo motorio del cavaliere sotto stress competitivo
Dopo aver analizzato decision making motorio e timing degli aiuti, è necessario comprendere cosa accade al cavaliere sotto stress quando entra in gara. Lo stress competitivo non è soltanto una componente emotiva, ma una condizione fisiologica che modifica l’organizzazione del controllo motorio. È in questa fase che emerge la differenza tra un gesto corretto in allenamento e uno realmente efficace sotto pressione.
Quando l’attivazione aumenta, il primo effetto evidente è l’incremento del tono muscolare. Il corpo si prepara all’azione, ma se questa risposta non è ben gestita può trasformarsi in rigidità selettiva: alcuni distretti diventano più attivi e meno adattabili. In sella questo si traduce spesso in un tronco più rigido, maggiore tensione nei flessori dell’anca e nelle spalle, e una mano meno elastica. Il cavaliere può apparire stabile, ma la stabilità perde elasticità. Il bacino assorbe meno le oscillazioni del cavallo e il contatto diventa meno modulabile. Non è un errore tecnico evidente, ma una modifica della qualità del controllo.
Con l’aumento del tono diminuisce anche la mobilità fine. Il cavaliere continua a intervenire, ma con minore capacità di graduazione. La gamba può essere efficace ma meno sensibile nella modulazione; la mano mantiene il contatto ma con minore differenziazione tra i due lati; il bacino segue il movimento con meno micro-regolazioni. Per questo, sotto pressione gli aiuti tendono a diventare più intensi pur risultando meno precisi: la richiesta aumenta, ma la “finezza” si riduce.
A ciò si aggiunge la perdita di variabilità del gesto. Un controllo motorio efficiente è capace di adattarsi leggermente a ogni ciclo del movimento del cavallo. In condizioni di stress, invece, il sistema tende a semplificare e a utilizzare strategie più rigide e ripetitive. Il gesto diventa meno elastico e meno adattabile, con ripercussioni sulla fluidità di transizioni, girate e ritmo.
Non si perde la tecnica acquisita, ma si riducono le opzioni motorie disponibili. Il cavaliere sa cosa fare, ma il corpo dispone di meno possibilità per farlo con la stessa qualità. È in questa riduzione di adattabilità che si gioca la differenza tra allenamento e gara.
Approccio pratico: da dove iniziare
Un intervento efficace non parte dall’aumento del carico, ma dall’osservazione.
Il primo passo è verificare come il cavaliere reagisce a una lieve condizione di stress fisico controllato. Una breve attivazione cardiovascolare moderata – ad esempio 3–5 minuti di lavoro dinamico progressivo – seguita da un esercizio di controllo del tronco o del bacino permette di valutare se la qualità del gesto si mantiene o se compaiono rigidità selettive, perdita di mobilità o difficoltà nella modulazione.
Se sotto lieve attivazione il tronco si irrigidisce e il bacino perde fluidità, il lavoro deve concentrarsi sulla dissociazione bacino–tronco.
L’obiettivo non è “rafforzare il core”, ma verificare se il cavaliere riesce a mantenere stabilità centrale senza bloccare la mobilità del bacino. In questa fase è utile proporre esercizi che richiedano stabilità del tronco associata a mobilità controllata del bacino o, al contrario, mobilità del tronco con bacino stabile. Un esempio pratico è il lavoro in posizione eretta con elastico ancorato lateralmente (Pallof Press): il cavaliere mantiene il bacino stabile e controllato mentre esegue una rotazione lenta del tronco contro resistenza. In alternativa, può mantenere il tronco stabile ed eseguire una leggera mobilizzazione del bacino in anteroversione e retroversione controllata. In entrambi i casi, ciò che si osserva non è l’ampiezza del movimento, ma la qualità: presenza di compensi, perdita di allineamento, irrigidimento delle spalle.
Una volta verificata e migliorata la dissociazione segmentaria, si può introdurre il lavoro sulla modulazione fine sotto carico moderato. Non si tratta di aumentare l’intensità, ma di mantenere precisione mentre il sistema è leggermente sollecitato.
Ad esempio, dopo una breve attivazione, si può eseguire un esercizio di controllo in posizione monopodalica con leggera torsione del tronco, chiedendo al cavaliere di mantenere allineamento e fluidità respiratoria. Qui l’attenzione è sulla precisione del gesto, sulla continuità del movimento e sulla capacità di evitare irrigidimenti.
L’obiettivo non è affaticare, ma verificare se il controllo rimane qualitativamente stabile quando il corpo è attivato. È in questa fase che si costruisce la capacità di restare organizzati anche sotto pressione.
Lo stress competitivo modifica il controllo motorio attraverso aumento del tono, riduzione della mobilità fine e perdita di variabilità del gesto. Una preparazione fisica equestre mirata non elimina l’attivazione, ma rende il sistema capace di mantenere precisione e adattabilità sotto pressione. La differenza in gara non sta nell’assenza di emozione, ma nella capacità del corpo del cavaliere sotto stress di restare organizzato quando la pressione aumenta.
Scritto da Sofia Caniato
Equestrian Performance Coach
Laureata Magistrale in Scienze dello Sport e della Preparazione Fisica
Instagram: @sofiacaniato_coach
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