Quando il cavallo diventa uno specchio: equitazione terapeutica e anoressia negli adolescenti
Un disagio silenzioso che riguarda molti più giovani di quanto immaginiamo
L’anoressia nervosa non è solo una questione di cibo o di peso. È una malattia complessa, profonda, che colpisce soprattutto adolescenti e giovani adulti, spesso in un momento della vita in cui l’identità è fragile e il corpo diventa un campo di battaglia. Dietro il controllo ossessivo dell’alimentazione si nascondono paura, bisogno di controllo, difficoltà a riconoscere e gestire le emozioni, una relazione problematica con il proprio corpo.
Nonostante i progressi della medicina e della psicoterapia, l’anoressia rimane uno dei disturbi psichiatrici con il più alto tasso di mortalità. Per questo, negli ultimi anni, sempre più professionisti della salute mentale stanno cercando approcci complementari, capaci di affiancare le terapie tradizionali e di parlare ai ragazzi con un linguaggio diverso. Tra questi, l’equitazione terapeutica sta emergendo come una possibilità concreta e sorprendente.
Perché proprio il cavallo?
Il cavallo non giudica. Non fa domande, non pretende spiegazioni, non misura il valore di una persona in base al suo aspetto. È un animale estremamente sensibile, capace di percepire emozioni, tensioni, paure. Proprio per questo, l’incontro con un cavallo può diventare uno spazio sicuro, soprattutto per adolescenti che vivono il costante timore del giudizio altrui.
Uno studio scientifico pubblicato nel 2025 sulla rivista Eating and Weight Disorders ha analizzato in profondità l’esperienza di ragazze adolescenti con anoressia nervosa coinvolte in un percorso di equine-assisted therapy
. Non si tratta di una semplice attività ricreativa, ma di un intervento strutturato, guidato da professionisti sanitari e operatori equestri specializzati.
Le testimonianze raccolte raccontano un percorso che parte dalla paura e arriva, lentamente, alla trasformazione.
L’incontro con il cavallo: paura, distanza, curiosità
Per molte delle ragazze coinvolte nello studio, il primo incontro con il cavallo è stato tutt’altro che facile. Anche chi aveva già esperienza equestre ha raccontato un senso di insicurezza: il cavallo è grande, potente, imprevedibile. Non può essere controllato completamente, e questo rappresenta una sfida enorme per chi vive di controllo.
Allo stesso tempo, però, il contesto stesso della scuderia – lontano dall’ospedale, dalle bilance, dalle regole rigide – crea una frattura positiva con la quotidianità della malattia. Per alcune, è stato come entrare in una “bolla”, uno spazio sospeso in cui poter essere semplicemente ragazze, e non pazienti.
Regolare le emozioni senza parole
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca riguarda la regolazione emotiva. Il cavallo reagisce alle emozioni umane: se percepisce tensione, paura o agitazione, risponde di conseguenza. Questo obbliga chi gli sta accanto a fermarsi, respirare, ascoltare il proprio corpo.
Molte ragazze hanno raccontato di aver imparato, quasi senza accorgersene, a riconoscere le proprie emozioni attraverso la relazione con l’animale. Non c’erano voti, giudizi o aspettative di performance. C’era solo una relazione da costruire, passo dopo passo.
In questo contesto, anche il ruolo degli operatori – terapisti, infermieri, tecnici – è fondamentale. La loro presenza discreta ma costante aiuta a dare sicurezza, senza invadere. Il focus non è sul sintomo, ma sulla persona.
Tornare ad abitare il proprio corpo
Uno dei nodi centrali dell’anoressia è il rifiuto del corpo. Il corpo viene vissuto come un nemico, qualcosa da controllare o annullare. L’equitazione terapeutica, invece, riporta l’attenzione al corpo in modo diverso: attraverso il movimento, il contatto, le sensazioni.
Salire a cavallo, sentire il calore dell’animale, il ritmo del passo, l’equilibrio che cambia, significa fare esperienza del proprio corpo non come oggetto da giudicare, ma come strumento di relazione. Alcune ragazze hanno raccontato di aver riscoperto sensazioni dimenticate: il piacere del movimento, la percezione dello spazio, la presenza fisica.
È un processo lento, delicato, ma profondamente trasformativo.
Prendersi cura di qualcun altro per tornare a prendersi cura di sé
Un altro elemento chiave emerso dallo studio è il tema della cura. Pulire il cavallo, nutrirlo, rispettarne i tempi e le esigenze significa assumersi una responsabilità. Per ragazze spesso intrappolate in un rapporto distruttivo con se stesse, prendersi cura di un altro essere vivente può diventare uno specchio potente.
In alcuni casi, questo ha aperto riflessioni profonde: se posso prendermi cura di lui, forse posso, un giorno, prendermi cura anche di me.
Un approccio complementare, non una soluzione miracolosa
È importante essere chiari: l’equitazione terapeutica non sostituisce le cure mediche e psicologiche tradizionali. Ma può diventare un tassello prezioso di un percorso più ampio, soprattutto nei casi più complessi o resistenti alle terapie convenzionali.
La forza di questo approccio sta nella sua capacità di aggirare le difese, di parlare un linguaggio non verbale, di restituire esperienze emotive e corporee che spesso le parole non riescono a raggiungere.
Scientific references
Lepy C. et al. (2025). Equine therapy in the management of teenagers with anorexia nervosa: a qualitative study. Eating and Weight Disorders.
Cumella E.J., Smith-Osborne A. (2014). Equine therapy in the treatment of eating disorders. SOP Transactions on Psychology.
Fennig M.W. et al. (2022). Animal-assisted therapy in eating disorder treatment: a systematic review. Eating Behaviors.
Zilcha-Mano S. et al. (2011). Pets in the therapy room: an attachment perspective on animal-assisted therapy. Attachment & Human Development.
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