L’integrazione di ferro nel cavallo sportivo: perché è un equilibrio delicato e spesso frainteso

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esame del sangue del cavallo

L’integrazione di ferro nel cavallo sportivo viene spesso associata, in modo quasi automatico, a un aumento di energia, resistenza e capacità atletica. Quando un cavallo appare meno brillante o “stanco”, il ricorso a un supplemento di ferro è frequentemente una delle prime soluzioni suggerite, come se fosse una risposta scontata o addirittura inevitabile.

In realtà, questo approccio semplifica eccessivamente una questione molto più articolata. Il ferro è senza dubbio un elemento fondamentale per l’organismo, ma proprio per questo richiede una gestione attenta: se utilizzato in modo scorretto, può trasformarsi da alleato a potenziale fattore di rischio. Comprendere i meccanismi che regolano il metabolismo del ferro nel cavallo atleta rappresenta oggi una delle sfide più stimolanti – e ancora poco esplorate – della medicina sportiva equina.

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha iniziato a guardare con maggiore attenzione ai cavalli sportivi, considerandoli addirittura un modello utile per comprendere alcuni meccanismi osservati anche negli atleti umani. In questo contesto, lo stato del ferro assume un ruolo centrale, non tanto per la frequenza di vere carenze, quanto per la sua relazione con allenamento, infiammazione e recupero.

Il ruolo del ferro nell’organismo del cavallo atleta

Il ferro è indispensabile per il trasporto dell’ossigeno nel sangue, perché entra nella struttura dell’emoglobina e della mioglobina. Senza ferro, i globuli rossi non sarebbero in grado di svolgere la loro funzione, e la muscolatura non riceverebbe l’ossigeno necessario durante lo sforzo. Questo spiega perché, almeno in teoria, un’alterazione del metabolismo del ferro possa riflettersi sulla performance.

Nel cavallo adulto sano, tuttavia, una vera carenza di ferro è considerata rara. La maggior parte del ferro necessario all’organismo non proviene direttamente dall’alimentazione, ma dal riciclo dei globuli rossi “vecchi”, un processo estremamente efficiente. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il cavallo sportivo dispone già di riserve adeguate.

Allenamento e ferro: cosa cambia davvero?

Quando un cavallo si allena e compete regolarmente, il suo organismo va incontro a una serie di adattamenti fisiologici. L’attività sportiva intensa aumenta la richiesta di ossigeno e stimola la produzione di globuli rossi. Allo stesso tempo, però, l’esercizio può essere associato a micro-perdite di ferro.

Nei cavalli sportivi sono stati documentati diversi fenomeni che possono influenzare lo stato del ferro: la distruzione dei globuli rossi durante l’esercizio (emolisi), micro-sanguinamenti gastrointestinali legati allo stress e, in alcune discipline, anche episodi di emorragia polmonare indotta dall’esercizio. Questi eventi non portano necessariamente a una carenza clinica, ma contribuiscono a rendere il metabolismo del ferro più dinamico e complesso.

Infiammazione, hepcidina e disponibilità del ferro

Uno degli aspetti più affascinanti – e meno intuitivi – riguarda il legame tra esercizio fisico, infiammazione e regolazione del ferro. L’allenamento intenso induce una risposta infiammatoria fisiologica, necessaria per la riparazione dei tessuti. In questo contesto entra in gioco l’epcidina, un ormone prodotto dal fegato che regola la disponibilità del ferro nell’organismo.

Quando l’epcidina aumenta, il ferro viene “bloccato” nei depositi e diventa meno disponibile nel sangue, anche se le riserve totali sono normali. Questo meccanismo è ben documentato negli atleti umani e sta emergendo anche nei cavalli sportivi. Di conseguenza, un cavallo può mostrare valori di ferro sierico più bassi dopo periodi di allenamento intenso, senza essere realmente carente.

Perché integrare ferro non è sempre la soluzione

Alla luce di questi meccanismi, appare chiaro perché la supplementazione di ferro non dovrebbe mai essere automatica. Un valore di emoglobina o di ferro sierico leggermente ridotto non significa necessariamente che il cavallo abbia bisogno di ferro aggiuntivo. Anzi, un eccesso di ferro può favorire stress ossidativo, interferire con altri minerali essenziali come il rame e, nei casi più estremi, causare danni epatici.

La letteratura scientifica riporta casi di sovraccarico di ferro in cavalli esposti a integrazioni prolungate o a fonti di acqua particolarmente ricche di ferro, con conseguenze cliniche tutt’altro che trascurabili.

Monitoraggio e interpretazione: la chiave per il cavallo sportivo moderno

Più che integrare “alla cieca”, oggi l’approccio consigliato è quello del monitoraggio mirato. Valutare lo stato del ferro significa osservare un insieme di parametri: emocromo, ferro sierico, ferritina, capacità legante del ferro e, quando possibile, indicatori di infiammazione. Fondamentale è anche il momento del prelievo, perché i valori possono cambiare sensibilmente prima e dopo l’esercizio.

Nel cavallo sportivo, l’interpretazione dei dati deve sempre tenere conto del tipo di disciplina, del livello di allenamento e della fase della stagione agonistica. Un valore che sarebbe considerato “basso” in un cavallo da diporto può essere perfettamente fisiologico in un atleta di alto livello.

L’inntegrazione di ferro nel cavallo sportivo non funziona solo come un semplice “booster” di energia, ma risulta essere un elemento per garantire un equilibrio tra prestazione, salute e recupero. Le evidenze scientifiche più recenti suggeriscono che la vera sfida non sia prevenire una carenza rara, ma evitare interventi inutili o potenzialmente dannosi. In un’epoca in cui la performance è sempre più legata al benessere a lungo termine del cavallo, comprendere il metabolismo del ferro diventa uno strumento fondamentale per proprietari, veterinari e professionisti del settore.

Ph Stefano Secchi

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