Giacomo Bassi: «Il me bambino sarebbe fiero del cavaliere che sono oggi»
Ci sono sogni che nascono in un piccolo maneggio di provincia e sembrano lontanissimi. Talmente lontani da apparire quasi irreali. Poi passano gli anni, arrivano le prime gare, le rinunce, i sacrifici e, senza quasi accorgersene, ci si ritrova a vivere proprio quella realtà che da bambini sembrava appartenere a un altro pianeta.
Per Giacomo Bassi, essere oggi a Piazza di Siena rappresenta anche questo: il punto d’incontro tra il bambino che sognava guardando i grandi cavalieri e il professionista che ogni giorno continua a lavorare per migliorarsi.
Durante l’intervista realizzata in occasione del 93° CSIO di Roma per la 100a edizione di Piazza di Siema, Giacomo ha ripercorso le tappe della sua crescita sportiva, raccontando con sincerità come tutto sia iniziato.
«Ho iniziato come tanti nel maneggio più vicino a casa dei miei nonni, perché erano loro che mi ci portavano. Facevo le ore della scuola, poi sono passato alla preagonistica, alla patente B e ai primi concorsi. È iniziato tutto così, come succede al novanta per cento delle persone che si avvicinano a questo sport».
Una storia che non nasce all’interno di una grande scuderia o di una realtà già strutturata. Certo, la passione per i cavalli era presente in famiglia grazie al padre, ma il percorso era comunque tutto da costruire.
«C’era la passione di mio papà, che aveva alcuni cavalli e faceva gare con il primo grado. Questo sicuramente ha facilitato il mio avvicinamento all’equitazione, però non c’era una scuderia già organizzata e soprattutto non c’era il know-how necessario per fare gare di un certo livello».

Come accade per molti atleti, arriva poi un momento in cui bisogna scegliere quale direzione dare alla propria vita. Nel caso di Giacomo Bassi, quella decisione è maturata mentre ancora frequentava la scuola.
«Fortunatamente, prima ancora di finire gli studi, stavo già facendo Gran Premi e gare importanti. Non erano ancora concorsi internazionali, ma erano comunque competizioni che mi hanno fatto capire che forse potevo fare qualcosa di più. Così ho detto alla mia famiglia: adesso finisco la quinta superiore e poi vorrei andare in giro, fare esperienza e cercare di diventare un cavaliere migliore di quello che sono, perché penso di poter ottenere buoni risultati».
Una scelta che la famiglia ha accolto con comprensione, anche perché l’equitazione aveva già occupato gran parte della sua quotidianità.
«L’hanno accettata abbastanza bene. In fondo avevo già dedicato gran parte della mia vita ai cavalli. Avevo un gruppo di amici molto piccolo, uscivo pochissimo la sera e non avevo altre grandi passioni. Era evidente che quella fosse la mia strada».

Parlando con i giovani che sognano di seguire un percorso simile, Giacomo Bassi evita però di raccontare una realtà romantica o semplificata, la sua riflessione sul sacrificio è forse uno dei passaggi più interessanti dell’intervista.
«Credo che questo discorso valga per tutti gli sport quando si vogliono raggiungere certi livelli. Però è vero che nell’equitazione, soprattutto se parti da zero come ho fatto io, quello che devi mettere sul piatto per tenere la bilancia in equilibrio è davvero tanto. La cosa fondamentale è che non ti pesi. Se inizi a vedere tutto come un sacrificio, allora smetti di viverlo come qualcosa che ti piace davvero. A quel punto cominci a pensare alle serate con gli amici, alle cose che stai perdendo, e diventa difficile andare avanti».
Secondo il cavaliere toscano, la differenza tra chi continua e chi si ferma spesso nasce proprio da qui: dalla capacità di considerare quel tempo dedicato ai cavalli non come una rinuncia, ma come una scelta fatta con convinzione.
Quando gli viene chiesto cosa penserebbe oggi il bambino che sognava Piazza di Siena guardando il cavaliere che è diventato, la risposta arriva senza esitazioni.
«Credo che il me bambino sarebbe fiero del cavaliere che sono adesso. Credo che al Giacomo bambino piacerei. Al Giacomo adulto, invece, ci sono ancora tante cose che non piacciono e che vorrebbe migliorare».

Una risposta che racconta molto del suo carattere. Perché dietro ogni traguardo raggiunto rimane l’ambizione di andare oltre.
«Sono molto ambizioso, forse anche troppo. Piazza di Siena è sempre stato uno dei miei sogni. Fare bene qui, così come vincere la Coppa Roma, è ancora uno dei miei sogni. La differenza è che oggi ho la consapevolezza che certi obiettivi sono raggiungibili. Da ragazzino li guardi come qualcosa che appartiene a un altro pianeta».
Ma dietro ogni cavaliere che entra in campo c’è una realtà molto più ampia di quella che il pubblico vede durante il minuto di gara.
È proprio su questo tema che Giacomo si sofferma quando parla delle persone che lavorano al suo fianco e delle aziende che lo supportano.
«Questo è uno sport individuale per un minuto al giorno. Per tutto il resto dell’anno è uno sport di gruppo. Ci sono persone che lavorano con me e per me, ci sono proprietari, sponsor, chi investe sui cavalli giovani, chi fornisce l’attrezzatura. Senza tutte queste persone non sarebbe possibile. Io sono soltanto quello che si trova davanti alla porta e deve provare a fare gol» racconta utilizzando un paragone calcistico.
Un concetto che aiuta a comprendere il ruolo che possono avere i partner tecnici all’interno di un progetto sportivo. Non soltanto come fornitori di prodotti, ma come parte di un sistema che permette all’atleta di concentrarsi sul proprio lavoro.
Tra queste collaborazioni c’è anche quella con Equestro, iniziata ormai da alcuni anni.

«Credo che questo sia il terzo anno insieme e sono molto contento del nostro tipo di collaborazione. Mi ha fatto piacere vedere come l’azienda sia cresciuta nel tempo. Adesso vedremo cosa ci riserverà il futuro».
Nel corso degli ultimi anni, l’evoluzione delle attrezzature ha modificato profondamente il lavoro quotidiano di cavalieri e groom, introducendo soluzioni sempre più avanzate sotto diversi aspetti.
«Dall’abbigliamento agli stivali, dai caschi agli airbag, fino alle attrezzature per il trasporto e alla selleria, c’è stato uno sviluppo incredibile in tutte le direzioni. Rispetto a qualche anno fa è cambiato davvero tantissimo».
Naturalmente, nessuna tecnologia può sostituire la sensibilità che un cavaliere sviluppa vivendo quotidianamente accanto ai propri cavalli.
«Penso che l’occhio di un cavaliere sensibile permetta spesso di capire tante cose prima ancora che accadano. Se senti che qualcosa non va, molto probabilmente qualcosa non va davvero. È bello stare con i cavalli tutti i giorni, seguirli e vederli crescere. Quando arriva un problema è meno piacevole, ma fa parte del fatto che non stiamo lavorando con delle macchine e come gruppo dobbiamo fare tutto il possibile perché le cose vadano nella direzione giusta».
Guardando al futuro, l’obiettivo resta quello di continuare a rappresentare il proprio Paese nelle competizioni internazionali.
«Mi piacerebbe avere ancora delle opportunità per rappresentare l’Italia e dare il mio contributo nelle Coppe delle Nazioni. Finora le cose sono andate bene e mi sento pronto per continuare a dare il mio supporto alla squadra. Adesso bisogna concentrarsi su quello che abbiamo, vivere la giornata e cercare di ottenere il miglior risultato possibile».
Parole che restituiscono l’immagine di un cavaliere ambizioso, consapevole del percorso fatto ma ancora affamato di obiettivi. E forse è proprio questo il tratto che più colpisce ascoltando la sua storia: la capacità di continuare a guardare avanti, senza dimenticare il bambino che un giorno, in un piccolo maneggio vicino a casa dei nonni, aveva iniziato a sognare Piazza di Siena.
Alessandra Ceserani
ph.Stefano Secchi / HSJ
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