I cavalli secondo il Premio Nobel per la letteratura Pablo Neruda: animali perfetti, accesi ed intensi

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PABLO NERUDA
Cavalli, da “Estravagario” (1958)

Ho visto dalla finestra i cavalli.

Fu a Berlino, d’inverno. La luce
era senza luce, senza cielo il cielo.

L’aria bianca come un pane bagnato.

E dalla mia finestra un circo solitario
morso dai denti d’inverno.

Improvvisamente, condotti da un uomo,
dieci cavalli uscirono dalla nebbia.

Ondeggiarono appena, uscendo, come il fuoco,
ma pei miei occhi empirono il mondo
vuoto fino a quell’ora. Perfetti, accesi,
erano come dieci déi dalle lunghe zampe pure,
dai crini simili al sonno del sale.

Le loro groppe erano mondi e arance.

Il colore era miele, ambra, incendio.

I loro colli erano torri
tagliate nella pietra dell’orgoglio,
e agli occhi furiosi si affacciava
come una prigioniera, l’energia.
E lì in silenzio, in mezzo
al giorno dell’inverno sudicio e disorientato
i cavalli intensi erano il sangue,
il ritmo, l’incitante tesoro della vita.
Guardai, guardai e allora rivissi: senza saperlo
lì era la fonte, la danza dell’oro, il cielo,
il fuoco che viveva nella bellezza.

Ho dimenticato l’inverno di quella Berlino oscura.
Non dimenticherò la luce dei cavalli.

Il componimento poetico è tratto da ”Estravagarjo”, una raccolta  che porta la firma di un grandissimo autore cileno, riconosciuto tra i più significativi del secolo scorso ed insignito, nel 1971, del Premio Nobel per la letteratura: Pablo Neruda. Il poeta, che scrisse sotto pseudonimo, conosciuto per il suo impegno sociale, politico e per i suoi vibranti versi d’amore, in questo caso, condivide con il lettore l’intimo ricordo di un incontro vissuto in un gelido giorno d’inverno a Berlino. È un incontro speciale, quello che lo colpisce d’improvviso, capace di suscitare nel suo animo un’emozione profonda, al punto da fargli confessare che quell’immagine gli avrebbe riempito tutto un mondo, “vuoto fin ad allora”. Quella che gli appare è una visione potente, vibrante di energia, un “fuoco” che si contrappone al freddo, all’apatia, al sudicio rigido inverno che arriva a stravolgere il biancore dell’aria “come pane bagnato nel latte”, di un giorno dove il cielo non si distingue. Dieci cavalli di un circo solitario vengono condotti fuori, nella nebbia. Neruda, da una finestra, ne coglie le poderose forme e la luce che li anima, una luce che si imprimerà indelebile nella sua memoria.  Uscendo allo scoperto, i cavalli catturano tutta la sua l’attenzione, e cambiano il suo stato d’animo e la percezione sensoriale di quella giornata. Con i suoi versi, intende trasferirci proprio l’intensità dell’emozione provata, tutta l’energia e tutta la potente perfezione degli animali che hanno catturato in modo tanto esclusivo ed includente la sua osservazione.  La visione è quella di un unico fluido movimento, di un ondeggiare accennato, di lunghe gambe e di crini al vento, sembianze di una purezza paragonabile a quella degli Dei. Ciò che colpisce è l’energia repressa, l’orgoglio, i colori accesi, l’incendio, il fuoco interiore. Gli animali hanno colli forti e indomiti, come “torri tagliate nella pietra dell’orgoglio”, sono animati da un’energia straordinaria, a stento trattenuta, che trapela dallo loro sguardo, da quegli occhi “furiosi” a cui “si affaccia come una prigioniera, l’energia”. Ancora riecheggia fino agli ultimi versi, lo stupore del poeta completamente rapito dalla luce, dal temperamento e dalla bellezza, dal ritmo del loro incedere, tanto che, in quell’istante, i cavalli stessi arrivano a rappresentare, ai suoi occhi, l’essenza stessa di quel “tesoro che è la vita”. Queste immagini rimarranno scolpite nella mente dell’autore e la sua evocazione susciterà, ogni volta, un’identica emozione anche nell’immaginario del lettore, a cui sembrerà di assistere alla scena, e di riconoscere gli stessi “perfetti”, “accesi”, ”intensi” animali ed il loro movimento.


Pablo Neruda, il cui vero nome è Neftali Ricardo Reyes, nacque a Parral, in Cile, il 12 luglio 1904, si trasferì a Santiago, dove compì gli studi universitari e dove pubblicò i primi scritti ottenendo, già agli esordi molti consensi (Crepuscolario e Venti poesie d’amore e una canzone disperata, furono pubblicati nel 1923 e 1924). Si dedicò alla carriera diplomatica, nel 1934 diventò console a Barcellone e, l’anno seguente, a Madrid, visse per alcuni anni in Oriente, esperienza che gli ispirò Residenza nella terra (1923-35). Allo scoppio della Guerra civile spagnola (1936) si schierò con i repubblicani contro i franchisti e per questo venne destituito dal regime. La partecipazione alla guerra civile spagnola (1936-1939) decretò il passaggio alla poesia sociale e politica (La Spagna nel cuore, 1937). Nel 1945 venne eletto senatore in Cile, ma tre anni dopo fu costretto, in seguito al suo mutato parere verso la classe politica che aveva in antecedenza sostenuto, a rinunciare alla carica e all’espatrio per sfuggire alla cattura. Durante il suo esilio, viaggiò in Europa e soggiornò anche in Italia, dove scrisse I versi del capitano (1952) e Le uve e il vento (1954). Venne richiamato in Cile nel 1970, quando si instaurò il governo socialista di Salvador Allende, che gli conferì la nomina di ambasciatore in Francia. Nel 1971 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura; poi già sofferente per un tumore, ritornò a Santiago, dove morì il 23 settembre 1973, in circostanze poco chiare, pochi giorni dopo che il governo di Allende era stato rovesciato da un colpo di stato militare dal Generale Pinochet. Nel 1974 fu pubblicata postuma la sua opera autobiografica: Confesso che ho vissuto.
La commissione del Premio Nobel, definì Pablo Neruda poeta «che con la potenza di una forza della natura fa vivere il destino e i sogni di un intero continente» ed egli stesso disse di essere stato “poeta del suo popolo”. Neruda, infatti, testimonia la storia dello sfruttamento del suo popolo da parte dei regimi oppressivi e delle dittature. Ciò che lo spinge a scrivere è la necessità di narrare la storia dei poveri e degli oppressi nel suo Paese e nel mondo, rivendicandone la dignità e il rispetto.
In tutti i suoi versi si celebra l’amore: quello per la sua terra, per le donne amate, per la condizione umana, per la natura in ogni sua forma, in esse vi è la celebrazione per le piccole cose della vita quotidiana sottintendendone la straordinaria importanza.
La sua poesia è fatta da versi liberi, di parole forti, semplici, che colgono l’essenza e arrivano dirette all’anima.

Stefania Leo

Fonte delle note biografiche: www.fundacionneruda.org

Foto free di Pixabay

 

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