I cavalli di San Marco a Venezia: immagine di forza e potere

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I cavalli bronzei, esposti fin dal 1200 sulla bella facciata della Basilica di San Marco a Venezia, costituiscono un’opera straordinaria giunta ai nostri tempi dal IV secolo a.C., in condizioni ottimali, nonostante l’esposizione protratta in luoghi pubblici per la quasi totalità della loro esistenza. 

Solo dagli anni sessanta si è notato un peggioramento delle loro condizioni e per proteggerli da un precoce deterioramento, si è preferito sostituire gli originali con delle copie, e trasferire i quattro cavalli all’interno del Museo Di San Marco, non distante, dalla loro sede originaria.
Ai cavalli era stata attribuita una posizione privilegiata, al centro della facciata, fra i mosaici dorati dei portali inferiori e quelli delle cuspidi superiori, proprio per sottolinearne l’importanza e per renderne possibile l’osservazione nella grande piazza antistante. La scelta non cadde a caso, perché la quadriga aurea è stata eletta a simbolo di potenza e indipendenza della Serenissima ed è stata per secoli ammirata e studiata, costituendo un modello esemplare di sfolgorante bellezza classica.
L’originale creazione è di incerta datazione, ma i più prediligono la teoria accreditata da accurate disamine tecniche, che essa possa risalire al IV secolo avanti Cristo e sia da attribuirsi allo scultore greco Lisippo o alla sua scuola. La quadriga, realizzata, per colata, con una lega di rame e bronzo fusi, ricoperta di foglie d’oro, fu trasportata su ordine del Doge Enrico Dandolo, che rimase colpito dai quattro cavalli, nell’epoca in cui era stato ambasciatore a Costantinopoli. Probabilmente in origine i cavalli erano allocati nella parte frontale dell’ippodromo di Costantinopoli, che era il luogo più importante e rappresentativo della capitale bizantina, in cui si svolgevano i giochi e le cerimonie ufficiali, poco distante dal Palazzo Imperiale e dalla Chiesa di Santa Sofia, nel cuore, quindi, delle attività politiche, religiose e governative della città e dell’impero. Secondo questa ricostruzione, la quadriga dorata che trainava il carro del Dio Sole, posizionata sulla torre dell’ippodromo, ben visibile nella sua sfolgorante bellezza, rappresentava agli occhi degli astanti, l’immagine del potere, della forza e dell’unità dell’impero, diventando l’emblema di un imperatore che, come il sole, tutto vedeva e sovrastava. Dopo la conquista di Costantinopoli, a seguito della IV crociata, il Doge ne ordinò il trasferimento nel 1204, ma i cavalli approderanno a Venezia non prima del 1206, e saranno collocati in centro, nella piazza più importante, in prossimità del Palazzo Ducale e della Basilica di San Marco. Lo schema di Costantinopoli sembra replicarsi, ed i cavalli assurgeranno ad una nuova vita, mantenendo una posizione privilegiata ed il loro significativo e simbolico splendore, dominando dall’alto, questa volta, sulla vita dei Veneziani.
Saranno raggruppati a due a due con le teste rivolte le une contro le altre ( come mostra anche il Mosaico del Portale di Sant’Alipio, 1265 ) come se ogni cavallo fosse speculare a quello vicino, la disposizione rimase invariata fino al 1400, epoca in cui i corpi, vennero ricollocati in un grande finestrone centrale all’aperto,   in modo da presentare la gamba esterna sollevata e quella interna in appoggio, con i musi sporgenti verso la piazza.


Qui rimarranno fino ai nostri tempi,  eccettuato il periodo che va dal  1797 al 1815, anni in cui Napoleone, cogliendone l’importanza simbolica, ne fece un trofeo di guerra trasferendoli sull’Arco di Carrouasel, proprio per rappresentare la nascente potenza imperiale francese e le sue conquiste.
A partire dagli anni Sessanta, le statue furono sottoposte ad attenti esami che evidenziarono un peggioramento del loro stato di conservazione, in seguito al quale fu stabilito di musealizzare il celebre monumento, ricoverando i cavalli al chiuso e sostituendo gli originali con delle copie.
Il gruppo equestre raffigura un tiro a quattro in cui ogni singolo elemento sembra far parte di un tutt’uno con delle caratteristiche che si ripetono simmetricamente: ogni cavallo poggia con tre gambe, mantenendo quella esterna anteriore sollevata le teste sui colli forti fieramente spinte all’esterno, con identiche specifiche morfologiche. I cavalli rappresentano, infatti, quattro esemplari di una razza macedone-persiana utilizzata a modello dal IV secolo a.C. fino al III secolo d.C., secondo dei canoni classici equini, descritti nelle opere del greco Senofonte e di Simone d’Atene, a rappresentare la perfezione delle forme e delle proporzioni di un “cavallo ideale”. Dall’osservazione della dentatura, inoltre, si deduce che si tratta di esemplari nel massimo del vigore fisico, di un’età compresa dai 5 ai 6 anni.
Ciò che colpisce è l’energia a stento trattenuta, la potenza, ancora imbrigliata, che sta per manifestarsi, quell’attimo prima che l’animale parta al galoppo, mentre tira il collo e alza la testa per bilanciarsi, sollevando con uno slancio la gamba anteriore verso l’alto, dilatando le narici per incamerare sufficiente ossigeno prima dello sforzo, con le vene della testa, del collo e del corpo evidentemente inturgidite per la corsa imminente. Lo sguardo dei quattro animali, evidenziato dalla luce sapientemente impressa negli occhi, è indirizzato verso un unico punto mentre le bocche sono schiuse e schiumanti con la lingua tirata verso l’alto, a rappresentare l’energico incitamento dato dal morso.  
L’opera che è un capolavoro di armonie in movimento,  in cui l’equilibrio tra la potenza e la staticità, il controllo e l’energia, viene magistralmente rappresentata in modo che anche un osservatore lontano ne possa cogliere la peculiarità e la bellezza, è stata oggetto di osservazione e studi secolari, ed ha costituito un modello da celebrare ed imitare per artisti e storici di tutti i tempi, o più semplicemente può considerarsi una straordinaria testimonianza di come l’arte riesce a cogliere l’essenza, la potenza e la fierezza di un tiro a quattro che ha attraversato duemila anni di storia dell’umanità.


Stefania Leo

Fonte : VITTORIO GALLIAZZO, I Cavalli di San Marco, Edizioni Canova, Treviso, 1981; foto di HSJ

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